MAGAZINE
MAGAZINE
MAGAZINE
MAGAZINE
By cizucu ·

©︎ Yang Chia-Hsin|楊佳馨
Attraverso interviste ad autori che esplorano il linguaggio fotografico da prospettive originali, approfondiamo le origini della loro pratica, il pensiero e il processo creativo, offrendo nuovi stimoli a fotografi e media di settore di tutto il mondo.
Le origini della pratica della visual artist Yang Chia-Hsin, attiva a Taiwan, insieme alle idee e alle prospettive che considera fondamentali: archiviare e preservare oggi tutto questo attraverso le parole contribuirà certamente a sostenere la cultura fotografica del futuro.
Attraverso queste «10 domande» entriamo nel processo che conduce il suo linguaggio espressivo a prendere forma.

©︎ Yang Chia-Hsin | 楊佳馨
Yang Chia-Hsin | 楊佳馨
Nata a Tainan, Taiwan, è una visual artist attualmente attiva a Taipei. Attraverso la fotografia, le videoinstallazioni e i libri d’artista esplora narrazioni sensibili incentrate sull’esperienza corporea, sulle relazioni intime, sulla malattia, sul trauma e sulla memoria.
Le sue opere sono state presentate allo Shanghai International Photography Festival, al Jimei × Arles International Photo Festival e al Tainan International Foto Festival di Taiwan. Ha ricevuto il Video Curator Award e il Book Fair Jury Award del Jimei × Arles International Photo Festival, nonché un Premio d’eccellenza agli 1839 Photography Awards. Attualmente estende la propria attività anche alla curatela di mostre, a simposi e workshop.
Instagram: @_yang_foto
Attualmente sviluppo la mia pratica riflettendo sull’esperienza corporea, sulle relazioni intime, sulle narrazioni sensibili generate dalla malattia e dal trauma, sulla percezione frammentaria, sulle sensazioni corporee e sul mondo multisensoriale.
Inoltre, rendendo pubbliche esperienze private, studio temi quali le strutture sociali e familiari, le catastrofi sociali e la filosofia della medicina. Esploro il tema curatoriale dell’«intimità pubblica» (public intimacy) attraverso aspetti quali le ripercussioni stratificate che si estendono dall’individuo alla collettività, i mutamenti psicofisici di chi affronta memorie traumatiche, la materialità dei media e la traduzione intermediale.

©︎ Yang Chia-Hsin, «爍動 Vague», videoproiezione a due canali, tessuto, materiali di scarto motociclistici, 7 min 59 sec, 2024. L’opera si concentra sulla rielaborazione dell’esperienza di un incidente stradale ed esplora, attraverso l’esperienza dell’accadimento, la domanda: «Come confrontarsi con il trauma dopo il trauma?».
Il mio incontro con la fotografia è avvenuto durante le lezioni di fotografia al liceo e grazie al mio insegnante. All’epoca portavo ogni giorno la macchina fotografica con me, scattavo dopo le lezioni e lavoravo a progetti fotografici. È così che ho acquisito le basi tecniche e sviluppato la mia sensibilità estetica.
Durante l’università ho sperimentato diverse pratiche multimediali: fondevo fotografia e materia in installazioni semitridimensionali oppure realizzavo sculture morbide site-specific basate sull’immagine in movimento. Attraverso materiali e consistenze differenti esploravo esperienze corporee private.

©︎ Yang Chia-Hsin, «混屯地域 The Chaos Abys», stampa digitale, carta fotografica e chiodi di ferro, 2024. L’opera tenta di articolare i quattro spettri dell’esistenza attraverso i quali l’essere umano si confronta con nascita, vita, morte e scomparsa.
Nel mio percorso artistico, l’esperienza che mi ha segnata più profondamente e ha rappresentato una svolta decisiva è stata l’inaspettata recidiva della malattia. Da quel momento ho iniziato ad attribuire particolare importanza al processo di «autoriparazione dopo il trauma attraverso l’esperienza incarnata» (Self-restoring from trauma through embodied experience). Dopo essermi ripresa dalla malattia, ho avviato diverse serie di opere.
Più che di fotografia, credo sia più preciso parlare di «immagine». Per me, l’immagine è un materiale della pratica artistica.
Il mio lavoro si compone di numerosi materiali: immagini, documenti e testi, archivi ed eventi vissuti in prima persona. Tra questi, l’«immagine» possiede la capacità di mobilitare, tradurre e rievocare dimensioni diverse, quali l’esperienza, la reminiscenza o la memoria; a volte è anche un medium dotato di un carattere «rivelatore».

©︎ Yang Chia-Hsin, serie «未竟家園 Toward a Home», tenda in tessuto, video monocanale, fotografie, libro d’artista, installazione sonora e ready-made, 2026. La serie riorganizza archivi familiari e documenti legati alla casa.
L’immagine nasce dalla sfera privata, ma circola, si diffonde su vasta scala e pervade sia la società reale in cui viviamo sia lo spazio di Internet. Per questo anche le «mitologie del quotidiano» e l’«esperienza corporea» costituiscono punti di partenza della mia pratica, mentre la «traduzione visiva» diventa il metodo che connette creazione e pensiero.
Credo che ciò a cui attribuiamo importanza cambi in relazione agli incontri e alle circostanze che emergono durante il processo creativo. Più che riguardare una singola opera o un progetto, è una disposizione con cui ci si confronta con la pratica artistica.
Negli ultimi anni ho posto particolare attenzione all’interpretazione e alla traduzione della «circolarità indiretta» (circuitous), perché mi permette di entrare in contatto con ogni possibilità. Considero inoltre questa idea una postura creativa e auspico che ciascuna opera possa estendersi verso oggetti, prospettive accademiche, dettagli e profondità differenti.
La stratificazione di tempi e sensazioni che può sembrare una deviazione costituisce, per me, anche un modo per avvicinarmi al corpo e alla memoria.

©︎ Yang Chia-Hsin, «界行者 The Borderwalker», fotografia, carta di fibra di gelso, installazione sonora, 7 min 26 sec, 2025.
Il termine «迂迴» (circuitous) deriva dal classico testo in prosa parallela «還冀州別洛下知己序» di Wang Bo, letterato della prima dinastia Tang. Indica un’azione, un percorso o un viaggio sinuoso e circolare, e per estensione il raggiungimento di un obiettivo attraverso una via indiretta. Nel pensiero e nella pratica artistica che considero centrali, sviluppo questo concetto attraverso tre prospettive: la deviazione nello spazio (spatial circuity), il circuito nella psiche e nel pensiero (circuitous reflection), e i molteplici percorsi dell’esperienza vissuta e della percezione corporea (embodied experience).
La mia pratica si concentra spesso su aspetti quali «esperienza corporea, esperienza della malattia, psicologia della malattia, ri-esperienza post-traumatica, esperienza familiare e trauma femminile transgenerazionale». Continuo a esplorarli come nuclei problematici, intrecciando ambiti diversi quali sociologia, psicologia, filosofia della medicina, iconologia e storia dell’arte. L’impulso alla base di questa ricerca nasce dall’esperienza del dolore incarnato (embodied pain) che ho avvertito confrontandomi con il mio stesso corpo.
L’esperienza del dolore è una sensazione in senso ampio, ma rivela ogni dettaglio senza riserve. La sua specificità nasce dall’accumularsi di piccoli eventi nella vita di ciascuno. Può essere, per esempio, la percezione di un corpo ferito, una reinterpretazione delle cicatrici e delle tracce fisiche, oppure il modo in cui l’esperienza individuale della sofferenza suscita un’empatia collettiva.
Trovo stimolanti la «casualità, la contingenza e l’aleatorietà» e continuo a prestare attenzione a questi piccoli punti di svolta lungo il percorso creativo.
Nella pratica artistica, il «caso» è al tempo stesso scintilla e chiave. Uno sguardo fugace (glimpse) o un incontro che avvengono mentre si cerca un luogo sconosciuto e si tenta di approdarvi possono modificare l’idea originaria. Sono proprio queste esperienze creative a essere le più preziose e meritevoli di cura.

©︎ Yang Chia-Hsin, «08773545», carta, carta fotografica, acrilico e puntine, 2025.
Il «caso» che mi ha colpita maggiormente si è verificato durante una visita guidata a una mostra. Ho ascoltato per caso la conversazione tra una bambina, probabilmente di nove o dieci anni, e suo padre. L’opera esposta in quel momento affrontava la ricostruzione di un archivio corporeo — la storia clinica personale — ed esplorava come l’esperienza della cura prenda forma a partire dall’esperienza corporea e quali risposte emergano all’interno delle relazioni intime.
La conversazione tra quella bambina e suo padre mi ha profondamente commossa. Tenendola in braccio, il padre osservava in silenzio la mia storia clinica e, con tono calmo e gentile, le spiegava che cosa fossero la malattia e la morte… Io sono rimasta in silenzio, continuando ad ascoltare e a percepire le parole del padre e le reazioni della bambina… Questo episodio mi ha indotta a riflettere nuovamente sulla mia opera e sulla possibilità che la pratica artistica raggiunga diverse zone dell’animo umano.

©︎ Yang Chia-Hsin, «08773545», carta, carta fotografica, acrilico e puntine, 2025.
In effetti, uno sguardo fugace (glimpse) o una singola frase possono diventare la scintilla di un’opera. Se non temiamo di entrare in contatto con ciò che non conosciamo, con ciò che è vicino all’animo umano, con la sfera privata o con momenti distesi e spontanei, il caso può diventare l’impulso che mette in moto l’opera. Quando un lavoro tocca la memoria o le domande di qualcuno e genera una conversazione intima, forse è proprio allora che ciò che definisco «intimità pubblica» comincia silenziosamente a emergere.
Lo spazio e il tempo, quasi fossero un «fuso orario», sono entrambi media che sostengono la pratica artistica.

©︎ Yang Chia-Hsin | 楊佳馨
Quando dispongo le opere, attribuisco particolare importanza alla fluidità che conduce «dallo spazio espositivo allo spazio che si apre e si chiude del libro». Mi riferisco alle connessioni, alle estensioni e ai dialoghi tra un’opera e l’altra, tra uno spazio e l’altro.
Attraverso formati quali il libro d’artista e l’installazione ambientale, amo delineare i dettagli di un luogo, di un evento, di un’esperienza, di una sensazione o di un’atmosfera. Dispongo elementi quali oggetti, immagini, archivi, suoni, sculture e azioni affinché, all’interno di spazi e modalità espositive differenti, il pubblico possa entrare in relazione con l’opera assumendo diverse posture corporee, aprendosi a una forma di empatia che permette di riviverla.

©︎ Yang Chia-Hsin, «界行者的種植計畫 The Borderwalker: A Planting Initiative», carta, legno, cartone, adesivi, confezione a scatola 8,1 × 10,5 × 4,1 cm, 2025.
Per me, dunque, un’opera non è qualcosa che viene semplicemente osservato su una parete o tra le pagine di un libro: è anche qualcosa che viene esperito nuovamente attraverso il corpo, la memoria e le sensazioni del pubblico.
Per esempio, nella serie «界行者 The Borderwalker», sviluppata dal 2025 a quest’anno, sono partita dalle caratteristiche spaziali di una «sala espositiva domestica» e, attraverso una pratica fondata sul «riparare lo spazio, comporre le immagini ed editare il libro», ho elaborato un immaginario delle «relazioni intime nello spazio pubblico».

©︎ Yang Chia-Hsin, «界行者的種植計畫 The Borderwalker: A Planting Initiative», carta, legno, cartone, adesivi, confezione a scatola 8,1 × 10,5 × 4,1 cm, 2025.
Tutti i ruoli e le posizioni nel mondo dell’arte si fondono e si influenzano reciprocamente.
Curatori, artisti, autori e partecipanti — pubblico e altre figure — svolgono un ruolo essenziale nel dare forma ai contesti in cui l’arte nasce. Nel mio percorso di pratica artistica sono autrice e curatrice, ma lavoro anche dietro le quinte.
La sovrapposizione di più posizioni apre maggiori possibilità di osservazione e comprensione.
Il modo di guardare le immagini non rimane mai circoscritto a un solo ruolo. «Guardare un’immagine dalla prospettiva della scultura, guardarla dalla prospettiva dell’immagine stessa, osservare un’immagine fissa da un punto di vista dinamico, oppure il contrario»: sono approcci differenti, ma interconnessi. Assumere contemporaneamente lo sguardo dell’artista e quello della curatrice permette di riconoscere il percorso dell’autore all’interno della pratica artistica.
Mi porta inoltre a prestare maggiore attenzione al modo in cui pensieri e concetti emergono con coerenza e acquisiscono un contesto: a come l’interpretazione fondata su una problematica e l’espressione artistica prendano forma nello spazio espositivo, si estendano, si mescolino e confluiscano in un universo artistico comunicabile ai partecipanti. E «confrontarsi sempre con il pubblico» è una questione fondamentale e inevitabile.
Credo che lavorare a Taiwan offra una grande libertà.
Dopo la pandemia, sia nel nord sia nel centro e nel sud di Taiwan, sono nati numerosi spazi indipendenti, librerie specializzate in fotografia e collettivi dedicati all’editoria indipendente. Per gli autori taiwanesi che lavorano con l’immagine fissa e in movimento, l’autopubblicazione è diventata un’ulteriore possibilità, distinta da una pratica imperniata sulle mostre.
Sono aumentate, per esempio, le opportunità di presentare candidature a premi editoriali internazionali, di accedere a sovvenzioni per l’editoria e di partecipare a fiere del libro all’estero; anche gli scambi sono diventati più intensi. Nel 2026, un’organizzazione taiwanese dedicata alla ricerca sul libro d’artista ha istituito il «PHOTO GO / PAPER MATTER 攝影書獎 Photobook Awards», offrendo agli autori un’ulteriore piattaforma per presentare il proprio pensiero e la propria pratica.
Anche sul fronte delle opportunità espositive, la nascita di molti spazi indipendenti ha messo a disposizione più luoghi e modalità, degni di sperimentazione, attraverso cui riflettere sullo spazio.

L’installazione ambientale «08773545» di Yang Chia-Hsin è stata presentata nella mostra collettiva «金属遊歴 Metal Odyssey», tenutasi nel 2025 al Three Shadows Photography Art Centre di Pechino, Cina.
Organizzazione: Three Shadows Photography Art Centre, Chanel
Sede espositiva: Three Shadows Photography Art Centre, Pechino, Cina, 2025.
È qualcosa per cui dobbiamo essere riconoscenti: la libertà di creare a Taiwan, la convergenza di possibilità differenti e il ruolo di tutte le organizzazioni, dei gruppi e degli spazi gestiti che sostengono la continuità della produzione artistica. Naturalmente, spero anche che ogni persona impegnata nel proprio percorso creativo continui a perseverare, maturare e risplendere.
Sperimentare liberamente, creare luoghi e sostenersi a vicenda: credo che sia all’interno di questo circuito che la fotografia taiwanese stia gradualmente acquisendo nuove forme.
Tutto ciò che ha menzionato è importante!
La pratica artistica attraversa fasi diverse e ciascuna presenta aspetti con cui è necessario confrontarsi e che occorre comprendere più a fondo. Incontrare, nel momento giusto, l’opportunità, lo spazio e il dialogo appropriati è estremamente prezioso.

©︎ Yang Chia-Hsin, «界行者 The Borderwalker», fotografia, carta di fibra di gelso, installazione sonora, 7 min 26 sec, 2025.
La mia pratica artistica si confronta con esperienze ed eventi «difficili da raccontare, impossibili da guardare direttamente, da cui le persone cercano di distogliere lo sguardo o di cui non riescono a parlare facilmente». Restano ancora molti aspetti da sviluppare: per esempio, la psicologia legata alla malattia e la filosofia della medicina, le diverse esperienze corporee delle donne, i fenomeni di comunicazione intergenerazionale (intergenerational communication) tra generazioni differenti e le catastrofi sociali caratterizzate da strutture ancora più complesse.

©︎ Yang Chia-Hsin | 楊佳馨
Naturalmente esistono cose che non possono essere espresse a parole. Lasciamole lì, affinché possano essere conosciute attraverso le opere e attraverso la vita.

36 magazine
Una serie di interviste a fotografi e media dedicati alla fotografia provenienti da tutto il mondo, ciascuno impegnato nella ricerca di un linguaggio visivo personale. Attraverso dieci domande, approfondiamo il loro incontro con la fotografia, le origini del processo creativo e le idee racchiuse nelle opere, offrendo nuove prospettive e ispirazione ai creator di tutto il mondo.